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Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco

Recensione a cura di Anna Ruggieri

Nelle mani giuste si intitola l’ultimo libro del giudice-scrittore Giancarlo Di Cataldo. Si tratta, nel libro, di mani equivoche, solo apparentemente affidabili. Viceversa, nelle mani giuste, quelle di donne diversissime tra di loro, è stata affidata la brillante operazione culturale curata dalle scrittrici palermitane Eleonora Chiavetta e Silvana Fernandez, pubblicata dalla casa editrice Rubbettino nella collana a cura di renate Siebert ed intitolata Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco.

Le donne parlano di loro e degli altri partendo da preconcetti di ostilità, o di vera e propria guerra, ma scegliendo con determinazione la via della pace.
Il percorso narrativo ha la civiltà della scelta letteraria con i quattro elementi fondamentali del fuoco, dell’aria, dell’acqua e della terra.
Le scrittrici sono italiane e straniere e, tra quest’ultime, gli stessi nomi richiamano la loro nazionalità: Wajiha Al Huwayder (Arabia Saudita), Erendiz Atasu (Turchia), Susan Bashier (Egitto), Judith Chernaik (Stati Uniti), Asma Gherib (Marocco), Judy Light Ayyildiz (Stati Uniti), Susan Khawàtmi (Siria), Karen King-Aribisala (Guyana), Esti Lidar (Israele), Mine Servgi Ozdamar (Turchia), Haneen Omar (Iraq). I quattro elementi (aria, terra, acqua e fuoco) sono metafora e sono simbolo. Ma ciascuno dei quattro elementi può essere simbolo di più cose.

La poesia ermetica di Francesca Traìna apre il capitolo iniziale nella raccolta di Storie d’aria, e molti racconti sono “intimistici”, epigoni in prosa dello stesso genere letterario.
Ma altre storie seguono percorsi narrativi di memorie personali o collettive che non andavano comunque disperse.
Marinella Fiume, inaspettatamente, richiama le parole del Vangelo e i versi di Cecco Angiolieri raccontando di Antonio Nicoloso, il “padrone del fuoco”, che scese all’interno dell’Etna. Silvana Fernandez scrive un racconto drammatico in cui scompare chi aveva pianificato un delitto e si salva invece chi avrebbe dovuto fuggire da una famiglia prigione. “Quelle frasi e quel gesto erano senza possibilità di perdono”, aveva detto poco prima la vittima predestinata. La mancanza d’aria, che era stata la terribile conseguenza di un delitto, può aver anche modificato il corso della storia, come avviene nel racconto di Beatrice Agnello. Storia, non inconsueta, di sopraffazione familiare è quella di Margherita Giacobino, tanto che “L’inferno della convivenza ed altre storie” avrebbe potuto intitolarsi la raccolta di racconti contenuti nell’antologia. Terribile è il racconto di una strage vista con gli occhi di una bambina rimasta senza parenti.

Ma il motivo ricorrente, o meglio prevalente, di Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco è purtroppo uno solo: l’obbligo di convivere con altri, per necessità o per incauta scelta, è una dannazione. Quanto tempo ancora impiegheranno le donne per capire e, soprattutto, mettere in pratica l’insuperato proverbio secondo il quale è meglio stare sole che male accompagnate?
Forse per questo motivo l’invincibile motivo ricorrente della scrittura femminile è il ripiegamento intimistico tra recriminazioni familiari (e coniugali) e storie di liberazione e di rinascita.

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