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esco a fare due passi

Recensione a cura di Tiziana Vitale

Il protagonista di questo libro è un ragazzo di ventotto anni, deejay radiofonico che mette continuamente in discussione, tramite un excursus delle situazioni della sua vita, la propria immaturità, ripetendo continuamente nel testo “Immaturo, immaturo immaturo”.

La sua riflessione permette di far uscire fuori il bambino insicuro pieno di dubbi e di domande che si cela dentro di se; è la sindrome di Peter Pan, come se il protagonista non volesse abbandonare l’ombra di quel bambino.
Mette a nudo la propria immagine e personalità per mezzo di parole e pensieri, immagini e ricordi, riflessioni e incertezze; è un viaggio condotto tra le righe della sua stessa esistenza.

Nei suoi monologhi, il protagonista, in prima persona, mette in risalto temi importanti come l’amore, la visione di se stessi, amicizia, sesso e canne. Li descrive sia con l’ingenuità di un bambino sia con la consapevolezza di un adulto.
Il monologo è molto discorsivo ricco di affermazioni e interrogativi che mettono in rilievo la componente riflessiva. Tuttavia, l’intero testo è caratterizzato dalla ripetizione breve di una medesima caratteristica del protagonista per tre volte e nello stesso rigo, quasi a voler puntualizzare al lettore e a se stesso quel suo modo di essere per il quale è arrivato a quella conclusione o riflessione.

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