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Il Marinaio

Recensione a cura di Shalimar

Non so quanti di voi sappiano che Pessoa scrisse anche drammi teatrali.
Questo, “Il marinaio”, è sempre stato molto discusso dalla critica; Pessoa lo definì, con sottotitolo, “dramma statico” , quindi da leggere, non da vedere rappresentato su un palcoscenico.

La perfezione formale, anzi il preziosismo linguistico, è talmente elevato da tramutare tutta l’opera in un prezioso gioiello celliniano o, per essere più moderni, in un quadro alla Klimt, sfolgorante d’oro e smalti.
L’atmosfera che si respira nell’opera, fin dalle prime battute, più che surreale, come qualcuno ha voluto definirla , è onirica, sognante.
Le tre fanciulle biancovestite, che vegliano l’amica morta, vivranno solo una notte, quella presente, dissolvendosi all’alba.

Maeterlinck, il simbolismo, il paradosso del sogno nel sogno, tutto conduce ad una tensione magica verso la luce, che, pur cancellando la presenza delle giovani con lo stridente cigolare delle ruote di una carrozza, riporta l’inevitabile realtà e la continuazione della vita.
Le tre eteree ragazze, per potersi credere reali, almeno per qualche ora, dovranno parlare ininterrottamente, raccontare i propri sogni e quelli del marinaio del sogno…
Alla realtà basta un suono fastidioso, ma rispondente all’esperienza quotidiana, per esistere.
La traduzione di Tabucchi è, naturalmente, eccellente.

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