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Il Nome della Rosa

Recensione a cura di Shahrazad

Il Prologo presenta il romanzo come la traduzione, compiuta a sua volta da una traduzione francese, di un introvabile manoscritto in cui il benedettino Adso di Melk racconta, ormai vecchio, i fatti di cui fu testimone in un imprecisa abbazia benedettina dell’Italia settentrionale, dove si reco’, ancora novizio, alla fine di novembre del 1327 insieme al maestro Guglielmo di Baskerville.

In questo romanzo Eco, con il suo stile audace e razionale, colto e raffinato, unitamente ad una sterminata conoscenza dell’epoca medioevale, ci proietta in una atmosfera a meta’ strada tra il giallo e il romanzo storico. La cultura, la tradizione, il profumo degli intrighi del Medioevo rivivono nelle quasi 500 pagine, mai banali o noiose di questo libro. A rendere ancora piu’ vivaci ed argute lo srotolarsi delle vicende ci pensano l’alone di mistero e l’interesse pe i codici cifrati inseriti nella religiosita’ inviolabile del monastero in cui avvengono i fatti narrati. La suspence prevale nel finale, dove uno scenario apocalittico, inizialmente inimmaginabile dal lettore, costituisce una degna conclusione per questo indiscutibile capolavoro del ‘900.

Dipingendo la metafora dell’uomo, il libro ruota attorno alla biblioteca posta al centro dell’abbazia (il sapere, il cuore della vita), dove i monaci vi girano attorno senza poterci entrare (metafora del mondo che gira a vuoto) e c’é chi uccide, chi riesce ad entrarvi (l’ignoranza) e il protagonista (il ricercatore, lo studioso) che giunge alla soluzione entrando in essa.

Un libro che ho ripreso piu’ volte nel tempo, coinvolgente, appassionante, che a mio parere andrebbe letto nel corso della nostra “crescita intellettuale” sia a livello scolastico sia a livello personale.

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