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Niente di nuovo sul fronte occidentale

Recensione a cura di BalkanBeast

Soffrivo di continue depressioni. Nel tentativo di superarle cercavo di scoprirne la causa e quest’analisi mi riconduse all’esperienza della guerra.

Le ombre della guerra gravano su tutti noi sebbene non ne fossimo consapevoli.

Quando me ne resi conto iniziai a scrivere di getto.”

E. M. Remarque.

L’autore viene precocemente strappato agli studi nel 1916, inviato a difendere la patria tedesca sul tristemente noto fronte occidentale.

Il fronte di Verdun, nella battaglia delle Fiandre.

Remarque uscirà profondamente lacerato nell’animo, sconvolto nel profondo del suo pensiero ed alla ricerca di una spiegazione a quel ricordo troppo vivo che è la guerra.

Analogamente alla vita dell’autore il protagonista dell’opera è un giovane tedesco, richiamato a compiere il proprio dovere sviando gli studi.

E’ Paul Borner il personaggio centrale dell’opera, Remarque attraverso il suo omonimo comincia la stesura di un romanzo che va nell’intimo del protagonista stesso, raccontando con minuziosa cura dei dettagli e quasi a livello di reportage la tremenda esperienza della guerra.

Sono troppi gli eventi magnificamente redatti nella loro brutalità perchè siano elencati; la scrittura è asciutta, cruda e semplice delineando l’opera come una massima antimilitarista; in essa troviamo non solo gli avvenimenti legati ai personaggi, ma troviamo gli eventi che hanno segnato l’umanità intera allo scoppio della prima guerra mondiale.

Una guerra che come tutte le guerre genera un mondo nel quale il razioncinio è impossibile da mantenere, dove a regnare è l’istinto crudele ed animalesco e dove non vengono soltanto distrutte le impostazioni che regolano la vita civile, ma dove l’individuo stesso viene distrutto, materialmente e psichicamente. Questo è il mondo della trincea, il mondo di “Niente di nuovo sul fronte occidentale”.

Il libro è un’ opposizione alla retorica imperiale tedesca che viene smantellata dalla penna dell’autore, la stessa retorica che spinse una generazione di giovani al macello per parole grosse come onore, patria, orgoglio e cameratismo; riuscendo soltanto nel togliere ogni futuro a migliaia di ragazzi ancora adolescenti.

L’opera di Remarque susciterà lo sdegno del partito nazionalsocialista, rendendolo ostile al potere che nel 1933 brucierà le sue opere ritenute e denominate arte degenerata.

Ma il libro resta un’opera tradotta in più di 50 lingue, da leggere assolutamente.

Un’opera che ha raccontato e fatto storia.

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opinioni di un clown

Recensione a cura di BalkanBeast

“Quando da piccolo chiedevi a tuo padre di parlarti della guerra, ti rispondeva che non aveva ucciso nessuno e che, se era stato costretto a sparare, aveva preso male la mira.
Un’intera generazione ha avuto la mira sbilenca.”
Thomas Loux.

Hans Schnier nasce nella Germania del miracolo economico, della rinascita sociale e della perdita della memoria.
Una Germania dove il capitalismo è di nuovo rampante, pari soltanto all’ipocrisia del popolo e di quella che verrà in seguito chiamata la “generazione dei padri”.
Il libro “Opinioni di un clown” viene scritto nel 1963, quasi a marchiarsi come precursore della rivolta del 1968.

Il personaggio principale è narratore di se stesso, si muove in un periodo storico contemporaneo allo scrittore, nell’arco brevissimo di una giornata.
Giornata nella quale viene evocato passato, presente ed un accenno all’immediato futuro, preclusoci da una brusca frenata della narrazione finale.
Le imprese minerarie Schnier, di cui è proprietario il padre di Hans, scavano, distruggono e smuovono il “sacro terreno” tedesco, difeso metro per metro solo vent’anni prima.
I vecchi reazionari professori filonazisti ora insegnano nelle facoltà e nelle accademie, illustrando ai giovani quelle atrocità di cui loro stessi si macchiarono.
Mentre le madri sono rappresentanti dei “Comitati per la riconciliazione”, donne che due decenni addietro mandavano figli e figlie nella Flack e nei Werwolf.

Uno stato nuovo, fondato su una nuova forma di pensiero positivo, attuato mediante l’annichilimento della memoria. L’annientamento del ricordo; la perdita della responsabilità storica.
Hans Schnier cerca una via di fuga a tutto ciò, scegliendo l’insolito mestiere di clown, cercando così di scappare dalle convenzioni imposte, dall’ipocrisia e dalla menzogna della società del tempo.
Una società nella quale egli è l’inaccettabile, il buffo disprezzo della serietà che rende dignitosa una nazione, egli è talmente inadeguato ad essa da rimanerne isolato. Qui comincia la storia del clown, dalla sua solitudine creatasi dall’abbandono della sua unica ragione di vita ed unico amore: Maria.

“C’è una medicina dall’effetto immediato: l’alcol.
Ci sarebbe una guarigione duratura: Maria.
Maria mi ha lasciato. Un clown che comincia a bere precipita più in fretta un operaio ubriaco che cada da un tetto.”
Heinrich Boll, Hans Schnier.

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