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Who let the cat out?

Recensione a cura di Federica Fani

Il fumetto, per chi ancora non se ne fosse accorto, può racchiudere in sè i caratteri generalmente attribuiti ad arte, poesia, filosofia e saggistica. Limpido esempio sono i capolavori, come quello preso in esame, di Patrick McDonnell, dal cui genio è nato il cast dei Mutts, un gruppo di simpaticissimi animali tra cui spiccano i due protagonisti; il dolce e fedele cane Earl e il surreale gatto furbetto (che pronuncia con difficoltà le parole contenenti la lettera “s”!),  Mooch.

L’autore dimostra una profonda conoscenza o quantomeno esperienza del mondo dei pets (i lettori che hanno la fortuna di aver vissuto in loro compagnia riconoscono facilmente i capricci del micio che non gradisce alcuni cibi o la malinconia che provano i cani lasciati a casa da soli), un senso dell’umorismo raro e indubbie capacità artistiche, tanto da ricevere attestati di stima da personalità del calibro dell’ideatore dei Peanuts, Charles Schulz. Il lettore incontra allora Mooch intento nell’organizzazione di una campagna sui generis contro l’uso di pellicce per l’abbigliamento o dei preparativi per andare in letargo, ovvero condividere il letto dei suoi padroni con Earl, salvo poi annoiarsi o distrarsi accendendo il televisore per non perdere una puntata della sua soap opera preferita! Tra ciò che più adora, spiccano Shnelly (Nelly), la gattina d’appartamento di cui è innamorato, e la padrona Shmillie (Mille) che pensa di poter leggere negli occhi del suo gatto tutti i suoi desideri, ma che non manca di indispettirlo inamidando eccessivamente il suo gioco preferito, il piccolo calzino rosa, a cui il felino dedica numerose canzoncine di sua invenzione. Earl, cane di taglia piccola, adora il padrone che gli massaggia il pancino, odia andare dalla veterinaria e si sente a disagio se Mooch lo invita a fare passeggiate che lo allontanino troppo da casa. Lo segue però in molte avventure, come i tentativi di ricevere cibo dal macellaio o di cenare al ristorante o ancora declamare versi nel Poetry Club. Attorno ai due protagonisti, Earl e Mooch, ruotano altri personaggi; umani (pochi) e altri animali (molti) dalla caratterizzazione precisa, portavoci di messaggi d’affetto, di civiltà o di “semplice” umorismo. Tra gli altri spiccano Jules, detto anche Shtinky Pudding, un gattino ossessionato dal problema del pericolo di estinzione corso da molte specie animali (tanto da pensare di costruire un’arca per mettere tutti in salvo), gli scoiattoli dispettosi che lanciano ghiande sui passanti, il cane da guardia legato a una corta catena, ma che sogna la libertà e Sid, il pesciolino che vive nella stessa casa di Mooch in un piccolo acquario spoglio e che, malinconicamente, attende che il tempo passi.

Lo stile umoristico che contraddistingue la penna di Patrick McDonnel non deve trarre in inganno i lettori; Mutts non è “solo” un fumetto, e non è “solo” una lettura per i giovanissimi. Al piacere dell’illustrazione semplice ma efficace si accompagnano temi divertenti, tristi, il mondo del canile, la differenza tra natura incontaminata, e spesso in pericolo, e quella in cui la presenza umana si è fatta invadente. Un fine umorismo che fa riflettere, ma soprattutto scalda il cuore. Fortemente raccomandato a coloro che sanno e hanno voglia di emozionarsi, e che con ogni probabilità lo consiglieranno agli amici.

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