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pubblicare libro

Quanti di voi hanno pensato di voler pubblicare un libro scritto durante notti insonni ma alla fine hanno lasciato perdere per via degli esorbitanti costi di produzione?
Sicuramente tutti quelli che non hanno ancora sentito parlare del cosiddetto self publishing, ovvero la pubblicazione “fai da te”.

Il Self Publishing per definizione è l’azione atta a pubblicare un’opera, portata avanti dall’autore stesso senza l’azione intermediaria di una vera e propria casa editrice. Tagliando questo passaggio difatti l’autore dovrà coprire solo gli effettivi costi di produzione; così facendo vengono eliminati dal costo finale tutti quei costi accessori dedicati ai servizi che può offrire una casa editrice.
Naturalmente il self publishing come ogni servizio a basso costo ha i suoi pro ed i suoi contro, andiamo ad elencarli.

Vantaggi:

  • Costi contenuti
  • La pubblicazione avviene anche in caso l’autore sia sconosciuto
  • La pubblicazione avviene anche in caso di “strani” argomenti trattati (es. argomenti poco interessanti, argomenti non conformi all’etica o alla morale di una certa cultura ecc..)
  • La pubblicazione avviene anche in caso di scarsa qualità dei contenuti

Svantaggi:

  • Nessun servizio promozionale

In assoluto l’unico svantaggio del self publishing è la mancanza di un vero e proprio servizio promozionale, fondamentale se uno scrittore scrive per soldi oltre che per passione.
Pensate al percorso di un libro pubblicato attraverso una normale casa editrice; il libro fresco di stampa finirà direttamente sui tradizionali canali di commercio come le librerie. In aggiunta se l’editore riterrà il libro eccellente, l’opera godrà di promozioni particolari, di prime file in alcuni scaffali e via dicendo.

Per farvi conoscere più da vicino alcuni dei mezzi attraverso i quali è possibile attuare il self publishing, vi rimandiamo ad un ottimo articolo contenente anche alcuni noti pareri sulla questione: Self Publishing. Pubblicare un libro con un click.

opinioni di un clown

Recensione a cura di BalkanBeast

“Quando da piccolo chiedevi a tuo padre di parlarti della guerra, ti rispondeva che non aveva ucciso nessuno e che, se era stato costretto a sparare, aveva preso male la mira.
Un’intera generazione ha avuto la mira sbilenca.”
Thomas Loux.

Hans Schnier nasce nella Germania del miracolo economico, della rinascita sociale e della perdita della memoria.
Una Germania dove il capitalismo è di nuovo rampante, pari soltanto all’ipocrisia del popolo e di quella che verrà in seguito chiamata la “generazione dei padri”.
Il libro “Opinioni di un clown” viene scritto nel 1963, quasi a marchiarsi come precursore della rivolta del 1968.

Il personaggio principale è narratore di se stesso, si muove in un periodo storico contemporaneo allo scrittore, nell’arco brevissimo di una giornata.
Giornata nella quale viene evocato passato, presente ed un accenno all’immediato futuro, preclusoci da una brusca frenata della narrazione finale.
Le imprese minerarie Schnier, di cui è proprietario il padre di Hans, scavano, distruggono e smuovono il “sacro terreno” tedesco, difeso metro per metro solo vent’anni prima.
I vecchi reazionari professori filonazisti ora insegnano nelle facoltà e nelle accademie, illustrando ai giovani quelle atrocità di cui loro stessi si macchiarono.
Mentre le madri sono rappresentanti dei “Comitati per la riconciliazione”, donne che due decenni addietro mandavano figli e figlie nella Flack e nei Werwolf.

Uno stato nuovo, fondato su una nuova forma di pensiero positivo, attuato mediante l’annichilimento della memoria. L’annientamento del ricordo; la perdita della responsabilità storica.
Hans Schnier cerca una via di fuga a tutto ciò, scegliendo l’insolito mestiere di clown, cercando così di scappare dalle convenzioni imposte, dall’ipocrisia e dalla menzogna della società del tempo.
Una società nella quale egli è l’inaccettabile, il buffo disprezzo della serietà che rende dignitosa una nazione, egli è talmente inadeguato ad essa da rimanerne isolato. Qui comincia la storia del clown, dalla sua solitudine creatasi dall’abbandono della sua unica ragione di vita ed unico amore: Maria.

“C’è una medicina dall’effetto immediato: l’alcol.
Ci sarebbe una guarigione duratura: Maria.
Maria mi ha lasciato. Un clown che comincia a bere precipita più in fretta un operaio ubriaco che cada da un tetto.”
Heinrich Boll, Hans Schnier.

l'amico ritrovato

Recensione a cura di Anna M

“L’amico ritrovato” è la storia di una profonda amicizia nata tra due sedicenni, Hans Schwarz e il conte Konradin von Hohenfels, narrata in prima persona da Hans, ormai ultra quarantenne. Dell’amico Konradin, Hans scrive:

Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più. […] Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione.

Proveniente da una famiglia borghese di origini ebraiche, Hans è un ragazzo riservato e introverso che frequenta il liceo Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda; la sua passione più grande è la letteratura, in particolar modo ama Hölderlin. La vita del giovane scorre tranquilla e monotona, fino a quando nella sua classe fa il suo ingresso Konradin von Hohenfels, un ragazzo dalle nobili origini e dai modi estremamente eleganti e gentili. Uniti dall’amore verso la letteratura e dalla comune passione per la collezione di monete antiche i due diventano presto buoni amici, nonostante l’opposizione della madre di Konradin, che disapprova l’amicizia del figlio con un ragazzo ebreo. Se i genitori di Konradin sono ostili, tanto da costringere il ragazzo ad invitare l’amico solo quando non sono in casa e ad evitare di salutarlo in loro presenza, ferendone in questo modo la sensibilità, quelli di Hans, invece, si dimostrano molto ospitali con il conte.

L’ascesa al potere di Hitler stravolge la vita dei giovani e il legame tra i due si indebolisce fino a rompersi; mentre Konradin si convince che il Führer possa essere la soluzione di tutti i problemi della nazione e abbraccia l’ideologia nazista, Hans si accorge di quanto rapidamente siano mutati i comportamenti dei compagni e degli insegnanti nei suoi confronti, conoscendo per la prima volta discriminazioni e umiliazioni. I suoi genitori decidono di mandarlo negli Stati Uniti, dove vivono alcuni parenti; quando il figlio sarà oramai lontano, il padre metterà fine alla loro vita aprendo le tubature del gas.

Gli avvenimenti storici e personali che caratterizzano l’adolescenza di Hans influenzeranno inevitabilmente la sua vita ed egli finirà per rinnegare la Germania, la sua lingua e la sua cultura. Scrive infatti Hans:

Da allora ho fatto il possibile per evitare qualsiasi rapporto con i tedeschi e non ho più aperto neanche un libro scritto in tedesco. Nemmeno Hölderlin. Ho cercato di dimenticare. […] Le mie ferite non si sono ancora rimarginate e, ogni volta che penso alla Germania, è come se venissero sfregate con il sale.

Eppure, talvolta un’intesa speciale, come può essere un’amicizia, è in grado di rivelarsi più forte di quanto possiamo immaginare, più difficile da dimenticare, e una sorta di riconciliazione può esserci sempre.

Ne “L’amico ritrovato” Fred Uhlman riesce a raccontare una delle tragedie più feroci della storia con un linguaggio che arriva direttamente al cuore del lettore. Lo scrittore ben rappresenta le sofferenze di Hans, che sono le sue stesse pene, nonché quelle di un intero popolo, attraverso la stesura di un’opera breve, concisa e ben strutturata. Una storia semplice che commuove, un finale che emoziona, un libro che merita di essere letto.

la casa delle sorelle

Recensione a cura di Anna M

“La casa delle sorelle” offre al lettore l’ennesima conferma del talento narrativo di Charlotte Link. Le protagoniste indiscusse del romanzo sono due donne, Barbara e Frances. Barbara è una quarantenne tedesca sposata da molti anni con Ralph. I due coniugi non hanno figli ed esercitano entrambi la medesima professione di avvocato: lei è una penalista, amata dai giornalisti, lui è un civilista seccato dal successo della moglie e dai suoi modi scostanti. Il loro matrimonio è in crisi e tra i due non vi è più alcun tipo di rapporto. La decisione di trascorrere le vacanze di Natale lontano dai luoghi e dai visi familiari vuole essere un tentativo volto alla salvezza della loro unione. Il soggiorno in una splendida casa di campagna dello Yorkshire, però, sorprende le loro aspettative: una tempesta di neve costringe i vacanzieri a restare chiusi in casa, senza elettricità, privi di legna da ardere; oltretutto, anche le scorte alimentari scarseggiano. I contrasti tra i due prendono forza, e si evidenzia sempre più la loro incapacità di dialogare.

Barbara vaga per la casa alla ricerca di qualcosa da ardere e trova un diario appartenuto all’ex proprietaria del cottage, Frances Gray. Nata sul finire del diciannovesimo secolo, Frances è una donna forte e anticonformista che, all’età di ottantasette anni, decide di narrare in un manoscritto la storia della sua vita: un’esistenza non priva di segreti e colpi di scena.

Il diario di Frances costituisce un romanzo nel romanzo stesso: la donna racconta la sua giovinezza da suffragetta, il suo amore per John, il suo rapporto con la sorella Victoria. Le vite di Frances e di Barbara sembrano intrecciarsi: non pochi sono i tratti che accomunano le due donne, nonostante appartengano a tempi e a luoghi completamente differenti. Senza saperlo, a mano a mano che va avanti nella lettura, Barbara mette sempre di più in pericolo la sua vita e quella di Ralph.

Un’opera scorrevole, mai banale, dagli sviluppi imprevedibili, consigliata a chi attraverso la lettura di un libro desidera rilassarsi, appassionandosi ad una storia gradevole e ben narrata.

la ballata delle prugne secche

Recensione a cura di NadiM

Un bel giorno Pulsatilla ha fatto il suo ingresso nella mia vita e lo ha fatto con un libro ”La Ballata delle prugne secche” che è diventato una consolazione, una simbolica pacca sulla spalla, una risata di pancia, quella che non riesco a trattenere, che mi fa stare bene perché allevia un po’ la tristezza che quando arriva mi porta a compiere un gesto divenuto ormai usuale: andare a rileggere qualche pagina di questo esilarante libro per sentirmi subito meglio.

“La ballata delle prugne secche” è stato scritto da una donna alle donne, ma consiglio anche agli uomini di leggerlo perché riusciranno forse a capire e a spiegarsi tante cose dell’altra metà del cielo e saranno per questo ancora più grati a Chi si trova lassù per averli fatti nascere uomini e non donne. Infatti l’idea del libro nasce proprio da questa constatazione e cioè che “non si è mai sentito un uomo che vorrebbe rinascere donna (a parte alcuni casi ovviamente) e non si è mai sentita una donna che vorrebbe rinascere donna.” Perché? Le risposte prova a darcele proprio Pulsatilla con questa ottima prova letteraria che è una sorta di autobiografia-guida pratica a tutti gli aspetti della complessa vita femminile, da quelli che l’autrice ha in comune con ogni donna come la lotta ai peli superflui e alla cellulite, gli atroci dolori mestruali, la scelta della biancheria intima e del taglio dei capelli, a quelli un po’ più personali come i suoi rimorchi su internet, le sue svariate esperienze amorose e sessuali, la sua famiglia e la sua città d’origine.

Questo libro è una Benedizione, perché mi fa piangere e piegare in due dalle risate e mi fa sentire parte di un universo complicato e per questo a volte molto doloroso, ma talmente meraviglioso da farmi affermare che se dovessi essere costretta a rinascere anche mille volte, nonostante tutto, io vorrei rinascere sempre Donna.

lettera a un bambino mai nato

Recensione a cura di Anna M

“Lettera a un bambino mai nato” è un monologo, una riflessione sulla vita; i suoi protagonisti sono una donna e il bambino che porta in grembo.
L’opera è ambientata nel 1975, ma la figura femminile tratteggiata da Oriana Fallaci è attualissima: è una persona indipendente, non giovanissima, che vive da sola, ha un lavoro impegnativo e un capo per nulla disponibile ad andare incontro alle sue esigenze di donna. Scoprire di aspettare un bambino è una notizia per lei a dir poco sconvolgente: è mal vista dalla società, prima di tutto dal ginecologo al quale si rivolge, perché non ha un compagno al suo fianco, ed è sola, lasciata a se stessa. Il suo capo è pronto a sostituirla, qualora non riesca a portare a termine i suoi compiti, il padre del bambino ha troppa paura per starle accanto come dovrebbe. L’unica persona a starle vicino è “la sua amica”, ennesimo personaggio senza nome che troviamo nell’opera.
Eppure, nemmeno lei riesce a comprenderla pienamente, forse a causa dei diversi punti di vista. Infatti, “la sua amica” è una femminista e le consiglia di abortire, ma la donna è titubante: ha il diritto di negare la vita al suo bambino? E, allo stesso momento, che diritto ha lei di costringere il suo bambino a venire alla luce?

Il dilemma di una donna, che parlerà al suo bambino, in cerca di una risposta che non potrà mai ricevere, una donna che spiegherà al feto che cos’è la vita, l’ingiustizia, la guerra, raccontando quelle che lei stessa definisce fiabe, ma che non hanno nulla di fittizio o magico. Parte fondante dell’opera sarà il processo al quale la donna sarà sottoposta in sogno, processo nel quale i vari personaggi – l’amica, il padre, il commentatore, i genitori, il ginecologo tradizionalista e la dottoressa progressista- esprimeranno il loro verdetto. Parlerà, per ultimo, anche il bambino.

Un finale commovente, un’opera che esprime i diversi punti di vista su un tema delicato come quello dell’aborto. Oserei paragonare l’opera della Fallaci al testo “Piccola storia ignobile” di Francesco Guccini, perché in entrambi l’attesa di un figlio “non programmato”diventa una sorta di problema che riguarda esclusivamente il gentil sesso, una “colpa” che deve essere espiata soltanto dalle donne.
Avevano commissionato un’inchiesta sull’aborto alla giornalista Fallaci; è invece nato un libro che raccoglie le riflessioni di una madre, che corrispondono agli interrogativi di ogni madre, sul senso della vita e su quello che è definito il “dovere” di genitrice, scritto non soltanto dalla giornalista ma anche e in particolar modo dalla donna Fallaci.

Oriana Fallaci non esprimerà mai un parere personale sull’aborto, ma lascerà giudicare tutti gli altri, tutti quelli che si assumono il diritto di emettere una sentenza a tal proposito, e, pretendendo di averne piena facoltà, condannano o assolvono la protagonista.